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Architettura

n.

1

 

 

 

 

 

                             

 

ITCG Umberto I

ASCOLI PICENO

 

       a.s. 2006-2007

 

 

 

 

 

 

Prof.Ing. Ercole Collazzoni

Dirigente Scolastico

ITCG “Umberto I” Ascoli Piceno

 

Questo convegno su “Questioni di Architettura”, organizzato dal nostro Istituto, rientra in quella serie di iniziative che la scuola mette in atto per far in modo che gli allievi vengano istruiti non solo sui contenuti dei cosiddetti “programmi ministeriali”, ma abbiano una preparazione teorica e pratica che possano utilizzare subito nel mondo del lavoro o nel prosieguo degli studi universitari.

L’urbanistica e la conoscenza degli strumenti urbanistici sono elementi fondamentali che ogni geometra (e magari futuro architetto o ingegnere) deve cominciare a conoscere fin da studente di scuola superiore.

Ringrazio pertanto i relatori, il dott. Antonio Canzian, Assessore all’Urbanistica della Provincia di Ascoli Piceno, il prof. Arch. Umberto Cao della Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno e l’ing. Everard Weldon del Settore Urbanistica del Comune di Ascoli Piceno, che hanno reso possibile questo convegno, i docenti della scuola che ne hanno curato l’organizzazione e gli alunni per l’attenzione che vorranno porre.

 

          

 

                             Il Dirigente Scolastico

                                Ercole Collazzoni

 

 

 

 

Ascoli Piceno, 26/ 01/ 2006

 

 

 

 

Dott. Antonio Canzian

Assessore all’Urbanistica

Provincia di Ascoli Piceno

 

 

L’elaborazione di un nuovo strumento urbanistico è uno degli esercizi più coinvolgenti per una comunità. Non solo perché mette in movimento interessi economici e conflitti di potere, ma perché esso necessita di mettere mano alla memoria, ai saperi, alle capacità, alle risorse che costituiscono, insieme, il patrimonio e il capitale depositato nelle rughe della terra e della gente di quel territorio.

 

    L’impostazione del percorso analitico deve:

-          avviare una riflessione su ciò che rappresenta il patrimonio del territorio comunale;

-          individuare le azioni che consentano la salvaguardia e possibilmente, l’implementazione del proprio patrimonio;

-          coinvolgere i cittadini e le diverse forze sociali nella definizione del proprio assetto patrimoniale.

 

Il concetto di patrimonio è alla base dell’idea di sviluppo sostenibile.

            Esso ha un’accezione molto estesa: patrimonio ambientale, storico-culturale, infrastrutturale, sociale e così via.

   Esso va inteso da un lato come ciò che una comunità locale possiede e che ne definisce gli elementi di maggior valore ed identità, dall’altro ciò su cui si intende puntare ed investire per l’avvio di una riqualificazione di medio-lungo periodo.

 

   La fase della conoscenza (intesa nel senso più ampio del termine) della propria comunità e del proprio territorio è la fase più importante di questo percorso. Conoscere esattamente la stratificazione e le dinamiche sociali, ma anche le caratteristiche e le dinamiche socio-economiche del territorio di riferimento è indispensabile per poter operare e sostenere le scelte strategiche che nel piano verranno individuate.

La conoscenza è pertanto lo strumento di governo del territorio.

 

   Altro elemento essenziale, quando ci si appresta ad affrontare un nuovo strumento urbanistico generale, è la valutazione critica dell’efficacia o dell’inefficacia delle previsioni del Piano Regolatore vigente ed il suo risultato concreto nella gestione della città e del territorio.

 

 

 In molte realtà, infatti, il Piano Regolatore è in gran parte rimasto sulla carta e la città reale ha preso una forma diversa da quella ipotizzata dal piano.

   Le ragioni di questa inefficacia sono state analizzate e si possono ritenere ormai accertate: previsioni infrastrutturali ridondanti e di improbabile fattibilità, sovrabbondanza di zone “di espansione” destinate ad incrementi demografici largamente sopravalutati, continuo rimando ai piani particolareggiati.

    Tutto ciò non si deve all’incapacità tecnica dei progettisti, spesso nomi di tutto prestigio, ma ad una filosofia fondata essenzialmente su una illimitata fiducia nell’azione pubblica e sull’idea che il compito del piano sia rispondere comunque ad una domanda di trasformazione ed espansione crescente indipendentemente dall’effettiva disponibilità di risorse non solo finanziarie, ma anche tecniche dell’operatore pubblico.

 

  La risposta della città e del territorio a questa impostazione è stata, nel migliore dei casi, riduttiva, nel peggiore addirittura eversiva. Specialmente nel centro Sud la risposta ha preso anche la strada dell’abusivismo: che non si spiega o tanto meno si giustifica con la rigidità e l’astrattezza del piano, ma che certamente dal distacco del piano dalla città ha tratto alimento.

 

 

 

 

  Oggi chi si appresta a redigere un nuovo PRG si trova di fronte ad una realtà complessa in cui il tempo, la pluralità dei soggetti, la reperibilità delle risorse giocano un ruolo fondamentale in un contrasto in cui il problema non è più la crescita, ma la qualificazione e la ricomposizione della città; non è più o non è tanto il soddisfacimento dei bisogni primari (la casa), quanto la qualità dell’offerta che la città esprime nei confronti del sistema economico (non solo locale) e dei cittadini (non solo residenti).

 

 

 

    Alla luce di queste premesse il piano dovrebbe essere informato a principi di fattibilità, flessibilità e di efficacia.

1.      Fattibilità significa attenersi al novero delle possibilità reali; significa combinare convenienza pubblica ed interessi dei privati  per la realizzazione di interventi di interesse pubblico.

2.      Flessibilità significa formulare, attraverso il piano, una “offerta territoriale” all’ interno  della quale sia possibile da parte dell’ amministrazione pubblica e degli operatori privati scegliere i tempi e i luoghi degli interventi entro un ventaglio di possibilità prestabilite. Ma significa anche dare spazio alle distanze che maturano nel tempo, alle iniziative future, alla negoziazione con gli interlocutori che vorranno entrare in partita all’ interno di un quadro di “regole del gioco” chiare e condivise.

3.      Quanto all’efficacia, essa si fonda primariamente sulla possibilità di passare direttamente dal piano alla realizzazione, evitando il passaggio intermedio del piano attuativo ovunque ciò sia consentito dallo stato dell’urbanizzazione (centro urbano, aree edificate o urbanizzate, ecc.).

 

   Un aspetto rilevante riguarda, infine, l’accesso al processo.

Innanzitutto ci si trova di fronte ad una alternativa: o al processo partecipativo accedono i rappresentanti delle diverse categorie, delle associazioni, dei gruppi stabilmente organizzati, oppure esso si rivolge a tutta la popolazione indistintamente, considerando “portatori di interessi” gli abitanti in quanto tali.

   Nel primo caso si ha il vantaggio che si tratta di punti di vista che hanno rilievo socio-economico riconosciuto sul territorio, in oltre la presenza è prevedibile nel numero di partecipanti. Tuttavia, seguendo il criterio della rappresentanza specifica, si sconta il fatto che il gruppo è immerso in una logica di tipo strumentale-rivendicativo.

   Nel secondo caso è più facile instaurare una logica comunicativa, riuscire a dare voce anche a chi non è già “potere forte”, a mettere in movimento quelle risorse di sapere e di energia vitale che non hanno solitamente occasione di esprimersi, anche se bisogna fare attenzione che, con questa modalità, tendono ad avere il sopravento i portatori di preferenze molto intense, restando facilmente sotto-rappresentati gli interessi o i punti di vista della gran massa dei comuni cittadini.

 

Comunque chi ha a cuore la partecipazione deve porsi la questione di come incentivare i cittadini.

   In prima battuta si possono sottolineare tre aspetti:

  1. si tratta di far comprendere che la definizione di un nuovo strumento urbanistico è qualcosa che riguarda la vita di tutti,
  2. si deve sfruttare il percorso in modo da favorire l’agio dei partecipanti,
  3. è fondamentale dare conferma e riscontro del lavoro che i tavoli di partecipazione svolgono.

 

   Ma la costruzione di uno strumento urbanistico vede in campo anche un altro attore, il “sapere esperto”.

   Estremizzando si può dire che i tecnici nella stesura di un piano urbanistico possono giocare o il ruolo di cartografari e dare giustificazione tecnica a scelte già prese dagli amministratori, oppure quello di offrire una impostazione teorica in grado di cogliere le specificità territoriali e metterle a disposizione della società insediata e degli amministratori.

   Questo secondo caso, di gran lunga più interessante e lungimirante, fa del sapere esperto un soggetto “altro” ed “esterno” alle dinamiche della comunità, più libero dai conflitti, dagli interessi, dai rapporti di forza.

 

   Resta che come amministratori si ha una responsabilità in più rispetto al sapere esperto e rispetto alla società insediata, perché si è coloro che poi, in base alle regole che governano la nostra democrazia, devono operare le scelte.

 

 

 

 

 

 

Ascoli Piceno, 26/ 01/ 2006

 

 


 

 

Prof. Arch.Umberto Cao

Facoltà di Architettura di Ascoli Piceno

 

 

La città è cambiata
cambia il progetto della città

 

la nostra città …

E’ una città lineare ed orizzontale che va indagata con strumenti nuovi, osservata a tutte le scale, attraversata e vissuta.

 

La città che studiamo è l’insieme di tante città distinte nel tempo e nello spazio, e nel nostro caso si chiama Adriati-città, un sistema di valli trasversali al mare, un sistema a pettine, una rete.

 

                        

La valle del Tronto si stacca da Ascoli e scorre verso Est: è “città adriatica “di terra.

 

 

La città lineare antiurbana “dis-urbanizzata” come la chiamava Miljutin (1930 )proponeva senza interruzione una successione di allineamenti“ a catena“ e paralleli nei quali la fascia della residenza appariva separata

da quella delle fabbriche mediante il verde e una strada, la ferrovia correva all'esterno,

in appoggio della fascia delle fabbriche, mentre sul fronte opposto le residenze affacciavano su di un parco fluviale.

 

Anche la Valle del Tronto (XXI sec.) è un sistema lineare a sezione costante, composto da residenze, fabbriche, verde, fiume, strade e ferrovia.

                                      

 

Ma in questa città lineare ugualmente “dis-urbanizzata” non c’ è un progetto generale, ma una sequenza di soluzioni locali richiamate dalla forza delle infrastrutture.

 

 

 

 

Le infrastrutture corrono trascinandosi il paesaggio…e guidate dal fiume arrivano al mare.

 

 

Questo sistema si ripeterà più volte sia a nord che a sud, da Ravenna a Ortona senza soluzione di continuità.

 

… le infrastrutture nel paesaggio, le tracce di un passato rurale, i segni delle modificazioni;

ma l’architettura non è quasi mai di qualità.

 

 

 

Paesaggi di mare: i porti, le fabbriche, ma soprattutto l’ininterrotta industria della “spiaggia”.

 

 

In definitiva è una città organizzata linearmente, nella quale le relazioni sono limitate ed obbligate: una costa densa accumula attività e relazioni, un fiume vive solo di fiume, una strada statale anima solo le sue case, un’autostrada è solo se stessa, i centri storici in alto sulle colline, le fabbriche in basso lungo l’autostrada, la ferrovia corre da sola, i luoghi del tempo libero sono l’unico collante.